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    Dal telefono alla telemedicina

    Trying out clinical procedures on the Human Patient Simulator
    Tecniche chirurgiche riproposte per l'aggiornamento medico a distanza
    29 Maggio 2003

    Un anno fa il Congresso degli Stati Uniti riconosceva la paternità dell’invenzione del telefono all’immigrante italiano Antonio Meucci: un’invenzione che ci ha cambiato la vita. Ma oggi la partita si è aperta sul fronte delle telecomunicazioni, un campo di ricerche applicative che l’Italia sta battendo anche grazie all’Agenzia Spaziale Europea.

    Sono diversi anni che l’ESA sta conducendo direttamente o attraverso il programma Artes3 varie sperimentazioni di telecomunicazioni. Certamente una delle applicazioni più suggestive e cariche di conseguenze sulla vita dei cittadini riguarda la telemedicina, cioè la possibilità di intervenire su un paziente a distanza, o con una diagnosi o eseguendo veri e propri esami o controllandone lo stato di salute, per esempio durante il tragitto verso un luogo attrezzato.

    La necessità di questi interventi è evidente nei casi legati, per esempio, ai disastri naturale, come un terremoto, che abbia distrutto le strutture di terra: strade, linee telefoniche, ospedali. È chiaro che l’unico sistema i comunicazione che può funzionare è quello che non si affida a strutture di questo tipo: e un satellite è chiaramente la soluzione più adatta.

    La sperimentazione va avanti con diversi obiettivi. Scopo dichiarato: ridurre i costi e aumentare i benefici di questo servizio. Quali sono i problemi principali?

    Il problema principale è la definizione di standard e regole che permettano un approccio uguale in tutti i paesi. La telemedicina mette in campo molti aspetti delle tecnologie satellitari: intanto il posizionamento. Nell’esempio di prima se una squadra di infermieri ha trovato un persona ferita, è necessario poter identificare con precisione il luogo dove intervenire con una squadra medica, dopo le prime cure.

    Ma se vogliamo intervenire con efficacia dovremo, per esempio, poter fare una radiografia al paziente. E questo è possibile, perché esistono apparecchi portatili che eseguono radiografie spedendo poi i dati al centro medico attrezzato che può trarne una diagnosi e indicare le cure. Pensiamo al caso in cui non è chiaro se il paziente abbia subito danni interni e quali: con una radiografia è possibile allora stabilire se il paziente può essere mosso per le prime cure oppure se è meglio aspettare l’arrivo di rinforzi medici. Questo secondo scenario prevede l’utilizzo di satelliti di telecomunicazione a banda larga, in grado di trasferire grandi immagini in poco tempo: se non fosse così è chiaro che l’intervento perderebbe tutta la sua efficacia.

    Un check-up "casalingo"

    Ma esistono dei sistemi che rendono questo progetto concreto oppure si tratta di piani a lungo termine?

    Il coinvolgimento dell’agenzia in questo settore inizia nel 1996: e già allora fu sperimentato con successo un link satellitare tra l’ospedale da campo della missione di pace in Bosnia con ospedali cittadini a centinai di km di distanza. Quel successo ci ha fatto capire quanto la tecnologia fosse pronta ma anche quanto ancora ci fosse da fare. Da allora sono stati finanziati oltre 20 progetti di telemedicina, alcuni dei quali sono operativi: per esempio il progetto SmartLabrador, che garantisce cure mediche in aree isolate del Labrador.

    Per esempio la tecnologia DELTASS, un progetto franco-tedesco sviluppato con stimolo e la partecipazione dell’ESA, è stata validata lo scorso dicembre con una simulazione su grande scala. È stata simulata un’emergenza sanitaria in Germania, con l’intervento di diverse squadre di soccorso che sono intervenute mantenendosi in comunicazione diretta con le strutture ospedaliere. DELTASS utilizza una serie di stazioni mobili che devono comunicare bidirezionalmente (ricevendo dati dal satellite e mandando dati verso il satellite) con alta qualità, di telefoni cellulari, ma anche di centri mobili attrezzati, di centri che coordinano le operazioni e così. In conclusione: è un sistema integrato di alta qualità che è stato esaminato e promosso sul campo.

    La telemedicina può avere anche un impatto molto forte sulla vita quotidiana. Ma questo non rende sempre più distaccato – in senso letterale – il rapporto tra medico e paziente?

    È chiaro che questo rischio esiste, ma è anche chiaro che tutto dipende dall’uso che si vorrà fare di questa tecnologia, che di per sé è feconda di un’enorme quantità di applicazioni utili e del tutto positive. Si pensi per esempio al caso della Sars, per esempio, mostra come sia importante avere un canale di informazione e di aggiornamento in tempo reale. Si pensi ai problemi che esistono ancora oggi nelle campagne della Cina, negli ospedali rurali, che non solo non hanno le strutture adeguate per far fronte all’epidemia, ma neppure personale medico con conoscenza adeguate. Quello è un caso in cui se fosse stato funzionante un sistema di telemedicina si sarebbe senz’altro potuto intervenire in maniera più efficace. Evitando, fra l’altro, il trasporto di persone che purtroppo hanno contribuito a diffondere il virus. E più in generale se una struttura di ricerca individua qualche caratteristica importante del virus, sarebbe opportuno confronto critico delle conoscenze e una loro condivisione veloce. Spesso in casi come questi non c’è il tempo di organizzare un congresso: ecco allora che un simposio virtuale può effettivamente essere uno strumento concreto e efficace per l’aggiornamento dei medici e del personale paramedico. E chiaramente tutto questo è vero anche in casi non critici: convegni virtuali o semplici discussioni con la possibilità di scambiarsi dati video e immagini può essere un mezzo di aggiornamento molto utile per le realtà ospedaliere e di ricerca medica.

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