Il controllo ambientale e le iniziative europee per la sicurezza del territorio

Emissioni inquinanti
26 Giugno 2003

Condizionatori d'aria e apparecchiature refrigeranti sono tra i responsabili dell'impennata del consumo di energia elettrica di questo inizio estate. Ma un nuovo allarme arriva dall'Agenzia francese per l'ambiente e l'energia: i climatizzatori delle auto aumentano le emissioni inquinanti e dunque anche l'effetto serra.

Secondo l'Agenzia francese Ademe, il climatizzatore dell'auto ha due effetti sull'inquinamento ambientale: da una parte induce un maggior consumo e dunque una maggiore produzione di biossido di carbonio, il gas che è il principale responsabile dell'aumento dell'effetto serra. Il secondo effetto è legato all'uso delle sostanze refrigeranti: un grammo di fluido di questo genere immesso in atmosfera determina un effetto serra 1300 volte di un grammo di biossido di carbonio. In breve, volendo tradurre gli effetti dei vari gas in termini di quantità di biossido di carbonio equivalente, lo studio conclude che con il climatizzatore acceso si aumenta l'immissione in atmosfera di circa il 20% di biossido di carbonio. Insomma: cento auto con il climatizzatore acceso corrispondono a centoventi auto con il climatizzatore acceso. Se questo è vero, la notizie è interessante proprio perché delinea un potenziale circolo vizioso: per difenderci dal caldo, immettiamo nell'atmosfera sostanze che aumentano l'effetto serra, che a sua volta è responsabile del cambiamento climatico globale.

In realtà questa catena di causa - effetto è largamente incerta. Non ci sono prove che sia in atto un cambiamento climatico globale e soprattutto non ci sono prove certe che sia l'uomo a indurlo con il proprio inquinamento. Tuttavia l'indagine della Ademe non è certo inutile: l'agenzia francese ha sperimentato sul campo l'effetto di circa 30 modelli di auto con il climatizzatore. L'esperimento è ripetibile, controllabile. Ed è proprio questa la strada che viene seguita dall'Agenzia Spaziale Europea: misurare, quantificare l'inquinamento attraverso i satelliti ambientali che possiede.

Envisat (Artist's view)
Il satellite ambientale Envisat

Dati scientifici, insomma, per misurare e monitorare i livelli di inquinamento e per favorire l'applicazione del protocollo di Kyoto. L'Agenzia Spaziale Europea utilizza due satelliti ambientali: ERS2 e Envisat. Ma sono sufficienti?

ERS2 e Envisat svolgono un eccellente lavoro ma non possono essere sufficienti per un motivo semplice: non sono nati per soddisfare richieste specifiche di questo genere. Per rispondere al meglio a queste nuove esigenze, l'ESA ha prontamente aderito all'iniziativa GMES, che insieme al progetto Galileo sulla navigazione satellitare, è uno dei pilastri della strategia spaziale europea.

Scopo dell'iniziativa GMES è quello di raccogliere dati scientifici da fonti diverse e di integrarli fra loro, in modo da avere un monitoraggio il più possibile completo su diversi aspetti ambientali e di sicurezza. Dobbiamo sottolineare che l'iniziativa GMES non è affatto esclusiva delle applicazioni spaziali, ma si tratta di una vera e propria rete di organizzazioni che cooperano: vi partecipano l'ESA, l'Eumetsat, le agenzie spaziali nazionali dei paesi europei, ma anche organizzazioni governative e non governative, le Protezioni Civili e così via.

Ma quali sono i campi di applicazioni dell'iniziativa? In quali settori ci si possono aspettare risultati concreti?

Sono state individuate una decina di aree di intervento. Alcune riguardano in modo diretto l'inquinamento, come il progetto ROSES, che controlla degli scarichi di petrolio in mare. Altre intervengono sulla sicurezza ambientale, come il progetto Forest Monitoring, per il monitoraggio continuo delle foreste, per mettere in evidenza la loro riduzione a causa dell'intervento umano. Ma vi sono progetti di natura ancora diversa, come per esempio il TerraFirma, che si propone di tenere sott'occhio la subsidenza delle città e i relativi rischi per la cittadinanza. Oppure CoastWatch, per l'osservazione continua delle condizioni geologiche delle coste. GMES nasce con un'idea di base molto forte: devono essere proprio i futuri utilizzatori dei dati a proporre progetti specifici. A dire cioè quali sono i dati importanti e come vogliono che i dati stessi siano trattati, per poterli utilizzare traendone il massimo profitto. Se questa organizzazione riesce a darsi una struttura efficiente, i risultati possono essere davvero interessanti: per la prima volta c'è un'intera rete scientifica che chiede agli utenti, per esempio i politici, il modo per fornire loro le informazioni più utili possibile.

Un progetto del genere è una sfida tecnologica e organizzativa. Quale è lo stato del progetto?

Non è un'impresa facile far cooperare organizzazioni così diverse fra loro, che parlano linguaggi diversi, come per esempio un governo nazionale e un'organizzazione non governativa. Dunque uno sforzo notevole deve essere dedicato alla messa a punto di protocolli per una comunicazione efficiente e chiara tra le parti. Sebbene il progetto sia promettente, al momento non è ancora stato definitivamente chiarito il finanziamento dell'iniziativa né la struttura organizzativa. L'ESA per conto suo ha approvato la fase iniziale del progetto con un contributo di 83 milioni di euro, mentre nel 2001 il Consiglio Europeo ha espresso la volontà che il progetto sia operativo entro il 2008.

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