La vita, l’universo e quant’altro discussi a Frascati

Ozone in a planet's spectrum may indicate the presence of life
1 Giugno 2001

Sono tre i filoni delle scoperte che hanno alimentato la crescente convinzione circa il fatto che, in fondo, non siamo soli nell’universo. Nello spazio, sono infatti state individuate molte molecole organiche, a suggerire che gli elementi fondamentali della vita sono diffusi al di là della Terra; sono stati scoperti pianeti che orbitano intorno ad altre stelle, con la possibilità, dunque, che in alcuni di essi esista qualche forma di vita; infine, la scoperta di organismi viventi perfettamente adattati alle difficili condizioni di vita di alcuni habitat terrestri induce a ritenere possibile la loro sopravvivenza su Marte o su altri corpi celesti del sistema solare.

Il primo workshop europeo sulla biologia spaziale e l’astrobiologia si è concluso la scorsa settimana. I partecipanti hanno presentato le più recenti scoperte effettuate in queste tre aree di ricerca e hanno spiegato in quali ambiti e con quali modalità intendono procedere nella loro ricerca di vita extraterrestre. “Nello spazio, sono state individuate, a tutt’oggi, oltre 120 molecole organiche, e le scoperte continuano senza sosta”, ha affermato Pascale Ehrenfreund dell’Università di Leiden, Paesi Bassi. Esiste la convinzione unanime che molta di questa materia organica sia giunta dallo spazio sulla Terra, sebbene rimanga ancora incerto il ruolo che essa può aver svolto nel dare origine alla vita sul nostro pianeta.

La scoperta di nuovi pianeti non è certo meno sensazionale di quella precedente. Il primo fu individuato nel 1995, ma fino a tutto aprile di quest’anno sono stati scoperti 67 oggetti orbitanti intorno ad altre stelle, fra cui 63 pianeti, come ha affermato Stephane Udry, dell’Osservatorio di Ginevra, Svizzera. Si tratta sempre di pianeti di grandi dimensioni, molto probabilmente più simili a Giove che alla Terra.

We may not be alone in the universe
The discovery of planets orbiting other stars has fuelled the belief that we may not be alone in the universe

Tuttavia, le prossime missioni spaziali, prima fra tutte quella dell’Agenzia Spaziale Europea, Darwin, dovranno cercare pianeti più piccoli e più somiglianti al nostro, verificando, attraverso le loro segnature spettrali, se siano abitate da “alieni”. Con ogni probabilità, Darwin cercherà la segnatura spettrale dell’ozono, che verosimilmente deve essere presente in qualche quantità e per un certo tempo nell’atmosfera di un pianeta che ospiti qualche forma di vita.

Probabilmente, Darwin non partirà prima del 2014, ma nel frattempo gli astrobiologi potranno affidarsi alla matematica per calcolare il numero di pianeti simili alla Terra. Questi calcoli, però, sono fortemente soggetti ad errore. “Stamane si è detto che il numero di pianeti simili alla Terra nella Via Lattea era 2,4 milioni, oggi pomeriggio, questa cifra è piombata a 48”, ha dichiarato durante una sessione di sintesi Malcom Fridlund, scienziato dell’Agenzia Spaziale Europea impegnato nella missione Darwin.

Un fattore di analisi riguarda la stima della "zona abitabile" intorno ad una determinata stella, ovvero lo spazio disponibile su un pianeta che possa consentire un ambiente favorevole al tipo di vita che abbiamo noi sulla Terra. Tuttavia, il nostro concetto di "abitabilità" è in costante evoluzione in funzione della comparsa di forme di vita anche nelle condizioni più estreme.

Huygens on Titan
Huygens parachutes onto Titan

"La scoperta delle condizioni ambientali in cui riescono a vivere i microbi non smette mai di stupirci", ha affermato David Wynn-William della British Antarctic Survey. Forme di vita sono state individuate in luoghi inospitali quali inclusioni rocciose delle valli antartiche e intorno agli orifizi idrotermici delle profondità oceaniche. In passato, simili ambienti ostili in termini di temperatura, pressione, acidità, salinità o esposizione alle radiazioni erano considerati incompatibili con la vita. "Dobbiamo allargare le nostre prospettive nel concepire la normalità. Su Europa o Marte possono esistere habitat che possono apparirci strani ma che invece sono perfettamente normali per i microbi", ha aggiunto Wynn-William.

Localizzare questi habitat è stato l’obiettivo di una sessione mirata del workshop. I migliori candidati sono considerati Marte, Europa, Titano, le comete o gli asteroidi e le particelle della polvere interstellare. Sono stati anche indicati nuovi siti su Marte, quali la regione periferica del polo nord (dove i ghiacci si sciolgono e si riformano seguendo il ritmo delle stagioni), il permafrost nel sottosuolo (si è scoperto che il permafrost terrestre pullula di vita microscopica) e i siti degli orifizi idrotermici estinti.

"La ricerca dovrà concentrarsi sui biomarkers chimici e strutturali e sui fossili", ha dichiarato Gerda Horneck del DLR, Germania, durante una sessione di sintesi. I biomarkers chimici potrebbero essere i pigmenti usati dai microbi per proteggersi dai fattori di stress ambientale, quali i raggi ultravioletti. Gli strumenti utilizzati per individuare tali segnali potrebbero essere montati a bordo di mini veicoli come quelli immaginati per Aurora, il nuovo programma di esplorazione planetaria dell’Agenzia Spaziale Europea, o su mezzi di maggiori dimensioni, come quelli progettati dalla NASA. Lo sforzo esplorativo dovrebbe trovare il suo culmine in una missione di raccolta dei campioni. "E’ molto importante rispettare le linee guida per la protezione planetaria. Le missioni umane potrebbero interferire con gli scopi delle missioni svolte da robot nella ricerca di forme di vita", ha messo in guardia Gerda Horneck.

La riunione si è conclusa e i partecipanti sono ripartiti con la mente già rivolta alla prossima edizione del workshop di biologia spaziale e astrobiologia che si terrà a Graz, Austria, nel settembre del 2002.

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